Luigi Maieron: "La neve di Anna" In cerca di Garcia Marquez sulla neve della Carnia

Di Giorgio Maimone

“Le lacrime scesero presto a raccontare alla neve quello che non avrebbe potuto spiegare a parole. Raccontavano il suo dolore infinito, lo smarrimento per essere rimasta sola. Raccontavano di loro due, ormai tanto divisi; di un’emigrazione che aveva fatto a brandelli il loro amore. La neve ascoltava e le suggeriva di dormire”. Fosse tutto a questo livello dovremmo gridare al miracolo, alla nascita del nuovo grande scrittore. Non è tutto così, ma c’è ancora tanto da scoprire. “Non sapevo spiegare perché soffrivo, ma spiegavo la sofferenza. Prima di nascere un bambino percepisce traumi e carezze e la sua formazione avanza in un misterioso equilibrio di amore e paura. Avevo una miriade di tic nella giovinezza e facevo lunghe “discussioni” con il mio carattere per farlo ragionare e desistere dal suo smisurato bisogno di spazio, dalla sua incapacità a stare fermo. Spiegavo un’anima strappata”.


Luigi Maieron non è solo un poeta, non è solo “una quercia che canta” come lo definì Gianni Mura ai tempi di “Si Vif”, non è solo quella “forza della natura - come l’ha definito Massimo Bubola - che canta solo dei grandi temi della vita: vita, morte, il tempo che passa. Le grandi questioni di cui nessuno più si occupa. Siamo in un ‘epoca di minimalismo culturale, dove si parla solo di “quella tequila”, la “lampada sul comodino”, piccole e piccolissime cose. Maieron invece ha la forza di parlare di quello che costituisce il nocciolo della nostra vita”. Gigi Maieron ora è anche scrittore. Il suo primo libro (non di poesie) si intitola “La neve di Anna” (vedi inizio dell’articolo), edito dalla Biblioteca dell’Immagine e uscito in primavera sul territorio nazionale.
In precedenza Gigi aveva scritto “Ore prisint”, una deliziosa raccolta di poesie in friulano e almeno due racconti: “La vous” (la voce) e “Il sentiero”, oltre a uno spettacolo "Il Troi e la ruvîs" (Il sentiero e la frana) che è presentato come “un diario di parole e canzoni che racconta il quotidiano, inarrestabile confabulare di ciascuno con se stesso”. Ora arriva al balzo lungo, il salto triplo del romanzo. Che è organizzato un po’ come una sommatoria di racconti, ma che, nell’insieme, narrano la storia in musica della famiglia Boschetti, i nonni e la mamma di Gigi.
Maieron ha un’anima lirica (femina direbbe lui, ricordandosi del suo primo disco) e spesso prende il volo e vola alta come un falco che scruta dall’alto i boschi, per cercarvi sentieri e movimenti di vita. Spesso li trova, sulla punta di una sensibilità esulcerata, di una dolcezza e di un candore che fanno fede della sua assoluta onestà. E leggere pensieri come: “La nostra arma era ed è l’arco. Un’”arma di minoranza” per piccole guerre, che si arrende alla forza dei fucili, senza però smettere di gridare che non basta avere potere o forza per essere giusti” a me allarga il cuore. E che dire di una descrizione come questa? "Era una sorta di Don Chisciotte che al posto della lancia aveva il violino ed il suo cavallo era un motorino che spingeva a mano".
Così come mi affascina leggere le ricette di erbe contro “le presenze”: “La felce, appesa in solaio, ci proteggeva dai fulmini, la spirea e l’iperico dagli spiriti, il comino dalle streghe, la ruta dal malocchio”. Perché le streghe esistono e “bastava uno sguardo perché un raccolto marcisse, bastava toccassero una persona per farla ammalare”. Il suo paese prende vita poco a poco col procedere del racconto, i personaggi emergono sbozzati, prima a grana grossa e poi sempre più fina. Una piccola Spoon River tra i monti della Carnia, così lontana eppur così simile alla Spoon River lariana raccontata da Davide Van De Sfroos nel suo "Il mondo spiegato dai pesci".
Una comunità dove man mano impariamo a conoscere il carattere del nonno e della mamma-bambina, del bisnonno e della nonna; suocero e nuora non si amavano (“fra loro c’era freddo e neve”) perché lei addossava al suocero le responsabilità per la morte di Anna (la bisnonna) nel bosco, in mezzo alla neve.
Anna era andata a cercare il suo uomo, che lavorava da emigrante stagionale in Austria, perché aveva saputo che stava con un’altra donna. Ma l’uomo, vedendola arrivare, dopo una camminata di 8 ore nei boschi, e sentendosi in colpa, l’apostrofò duramente:”Ce fastu achi, file a cjase!” (che fai qui? Fila a casa!). E Anna s’era girata ed era tornata indietro, morendo di notte, sotto la neve, nel bosco.
Il procedere della narrazione di Maieron ha qualcosa di marqueziano, la stessa fantasia, gli stessi squarci attraverso i quali la poesia si affaccia sulla vita, ma, essendo in fin dei conti un “giovane” della scrittura (ha 50 anni, ma è al suo primo romanzo) non riesce a padroneggiare la materia narrativa allo stesso modo del premio Nobel colombiano. E il racconto, che avrebbe le carte in regola per volare alto, si appesantisce o meglio, si disperde, in filoni marginali, degradando da epico a semplice bozzetto di carattere. Forse l’errore di Gigi è di restare troppo legato alla verità vera. Di “sparagnare” sulla fantasia (che pure non gli fa difetto), perché i carnici hanno sempre risparmiato su tutto (“Era l’eredità della miseria, della guerra, dell’emigrazione”, di mani “allenate a stringere attrezzi e non a fare gesti d’affetto”) e non permettere alla storia di prendere forma e levitare. La verità storica ne guadagna, il ritmo romanzesco ne perde.
Ma “La neve di Anna” resta comunque un libro prezioso, un libro pieno di musica e di canzoni e di frasi che sarebbero, ognuna, il bell’inizio di un‘altra canzone. Lo scopo di Gigi era di raccontare una famiglia attraverso la musica e questo obiettivo mi sembra del tutto raggiunto. Osando di più, forse, si sarebbe ottenuto un grande romanzo. Osando di più, di certo, si sarebbe smarrito qualche ricordo caro.