Concerto all'auditorium di Bergamo

Concerto Auditorium di Bergamo (25/10/2008)

 

Recensione di Luca Barachetti, www.lisolachenoncera.it - novembre 2008

 

Luigi Maieron vive in un piccolo paese a ridosso delle Alpi Carniche. Quando va all’unica osteria di questo paese, la gente gli chiede come sia possibile che qualcuno fuori dal Friuli possa venire ad ascoltare le sue canzoni in dialetto carnico stretto.

 

Effettivamente queste persone non hanno torto, perché a meno che non lo si parli quel dialetto, delle canzoni di Maieron non si capisce quasi nulla. Eppure la gente va ad ascoltarlo, pur non riuscendo a comprendere più di mezza frase in ciò che canta. A questo punto verrebbe facile dire che la musica supera i confini linguistici, che la forza delle storie va ben oltre gli steccati culturali e via dicendo, come se tutti avessimo in casa quel tal disco di quel tale cantautore maghrebino o di quel talaltro folk-singer gaelico. In realtà la questione è molto meno, diciamo così, antropologica e molto più umana, e quindi semplice: Luigi Maieron, semplicemente, è una persona vera. A Bergamo, per il concerto organizzato dall'Associazione Culturale Soffia nel Vento, sale sul palco accompagnato da Franco Giordani al mandolino e bouzouki, da Michele Gazich al violino e addirittura da Ellade Bandini alla batteria (che farà spettacolo per tutta la serata). Imbraccia la chitarra, spiega la prima canzone (A passo di donna, una delle poche in italiano) e la canta. Spiega la seconda (Ognun bale cun so agne) e la canta. E via così. Sobrio ma profondo, a volte retorico ma estremamente sincero. Ribadisce più volte che col dolore bisogna fare i conti e che sarà sempre la parte femminile del mondo a salvarci. Parla di un uomo che ha perso una gamba e per tirare su qualche soldo si è messo a predire il futuro tentando di consolare le persone dai loro travagli (Mago Tiraca) e di una donna che è andata a cercarsi il marito via per lavoro di là dalle Alpi e l’ha trovato tra le braccia di un’altra (La neve di Anna). Circonda il tutto con poche e umili note che balzano rapide tra country e folk irlandese, musiche di pochi fronzoli come lui ma anche accoglienti come lui, che approccia il pubblico piano piano, con discrezione, come se non fosse normale che la gente venuta in teatro stesse lì per ascoltarlo. E alla fine riesce pure a fare cantare – in dialetto carnico – il ritornello di Mago Tiraca al pubblico bergamasco, non prima però di aver tirato fuori dai tempi più remoti una canzone popolare che si chiama come un paesino dei suoi luoghi, Mieli, e nella quale si sente tutta la sconfitta e il dolore possibile. E non fa proprio nulla se, ancora una volta, del testo non abbiamo capito una parola che sia una.