Luigi Maieron: cantare come un albero

L’ISOLA CHE NON C’ERA (Luglio 2008), di Ricky Barone

Nell’era della musica globale, dove la comunicazione è esasperata ed è caratterizzata prima che dal contenuto musicale dalla necessità di presentare un’immagine accattivante, un personaggio come Luigi Maieron, friulano scolpito nella pietra che il giornalista Gianni Mura ha definito “l'uomo che canta come un albero”, può apparire ai soliti distratti come antico e fuori luogo.

Ma Maieron è un artigiano della musica, costruisce canzoni centellinando le parole e dosando i suoni; la sua voce sa scaldare attraverso un canto quasi recitato con un’estensione contenuta che però sa essere vera, “barricata”, di quelle che cantano solo ciò che hanno vissuto. Une primavere è il suo terzo disco, prodotto da Michele Gazich come il precedente “Si Vif” (che vantava anche la presenza di Massimo Bubola ai comandi). Ne parliamo con l’autore, il quale tra le altre cose ha anche in cantiere anche una personale rilettura del Vangelo di Marco, che leggenda vuole sia stato scritto ad Aquileia.

 

Cominciamo dagli inizi. Prima di due dischi importanti come “Si vif” e “Une primavere” hai pubblicato un album tutto al femminile, “Anime femine”, che uscì molti anni fa esclusivamente in Friuli.


Io produco molto poco, solo quando sento che le cose che ho da dire hanno ottenuto la giusta maturazione. “Anime femine” ha un titolo femminile, ed è nato partendo da questo principio: la mia anima è donna, sono come un bambino, che sa quante cose ha pianto, ha taciuto. Questo era il senso che mi ha spinto a comporre quel disco, al quale tengo molto. Un lavoro nato da cose incomplete, da frasi dette e non dette, da dolori lasciati a maturare in attesa.

Il dolore mi pare sia una delle coordinate della tua poetica, insieme al mondo femminile, al silenzio, al legame con la tradizione…


L’universo femminile è una maniera per scavare dentro il mio intimo. In Une primavere questo aspetto è riassunto dal brano Une mari (Una madre). C’è questa grande testimonianza che ci viene dal mondo femminile: il sostegno del dolore. C’è sempre una donna dietro a chi ha bisogno. Nella mia esperienza personale il fatto di avere vissuto in una famiglia con una forte presenza femminile,  così come l’aver vissuto in un nucleo rurale, mi ha dato la possibilità di assistere al sostegno costante che la donna dà alla famiglia e di conseguenza alla società.

Ci racconti come è nato il nuovo disco, nel quale suonano tra gli altri Michele Gazich, Giorgio Cordini ed Ellade Bandini, batterista di Francesco Guccini?


C’era la volontà di raccontare alcune cose. Il discorso femminile di cui dicevamo prima, ma anche quello sui tanti fatti che arrivano, ci feriscono, rallentano il nostro percorso, ma che vengono dalla vita e ci danno anche molta forza. L’idea di primavera nasce proprio dal desiderio di riprendere sempre il cammino, la vita è in fondo una lunga ripresa. Di ciò che ho composto in cinque anni ho tenuto solo le cose che avevano dentro questa idea. Nel disco ogni canzone parla di un aspetto diverso che è sempre legato a questa idea. Ognun bale cun so agne, che significa “Ognuno balla con sua zia”, rappresenta la commedia della vita e descrive i vari comportamenti che uno mantiene durante essa. Ognuno in fondo conosce il perché dei suoi atteggiamenti e conosce cosa c’è dietro le sue rughe. C’è poi l’attenzione al mondo femminile soprattutto rivolta al passato, come per la vicenda di Anna in “La neve di Anna”, oppure all’amore, come in Dal cjalt al freit, (Dal caldo al freddo) che racconta cosa succede se mettiamo il nostro cuore dal caldo al freddo, come se fosse un elettrodomestico, insomma quando non abbiamo più la forza di amare. C’è poi una canzone centenaria tratta dalla tradizione locale di questo paesino nascosto nei monti della Carnia, Mieli. Il protagonista è cresciuto a Mieli e oggi abita in città, ha molte cose, ma pensa spesso a quel paesino dove ha conosciuto il suo primo amore. Anche oggi che la sua vita è piena e ha tutto, non riesce a spiegarsi come mai ogni volta che passa davanti a quel paesino da nulla prova sempre tanta nostalgia.

Tra quelle che hai citato “La neve di Anna” è a mio avviso una canzone capolavoro. So che è nata come un racconto e poi è diventata una canzone.


Si. Il libro racconta il passaggio dalla cultura del risparmio, quella della mia infanzia, alla cultura del consumo. E lo fa attraverso un’epopea musicale, che parte dalla canzone che ha segnato il mio debutto a undici anni, con mio nonno e mia madre. Io ho avuto in famiglia questi importanti maestri e nel libro ci sono una serie di aneddoti sul mondo poetico di questa straordinaria coppia di musicanti. Era un mondo molto duro, dove la sopravvivenza era messa a dura prova. Nonostante ciò le anime fragili di questi poeti impersonificavano un altro mondo. Io ho avuto questa formazione, che mi sono sempre portato dentro. Sono anch’io un musicante, nel mio cuore e nella maniera di esprimermi. Io posso amare allo stesso modo Bruce Springsteen e Pacai, un musicista della mia terra. Li amo allo stesso modo perché per me i folksingers delle mie zone rappresentavano qualcosa di assolutamente straordinario. Nel libro racconto la storia di Anna che mia nonna mi ricordava sempre, una storia di famiglia (Anna era una mia bisnonna) che poi è diventata la linea guida della canzone. Quella di Anna è una delle tante storie alle quali in qualche modo le persone dell’epoca erano soggette. Anna Divora era sposata con Boschetti Daniele, che faceva il boscaiolo stagionale in Austria, partendo in marzo e tornando a casa in dicembre. Un anno non tornò. Qualcuno le disse che in Austria aveva conosciuto un’altra donna e allora lei il 3 gennaio 1911 Anna partì a piedi e si fece otto ore di cammino, attraversando una montagna, con la neve e il freddo pur essendo cagionevole di salute, per andare a vedere come stava la questione. Arrivò al cantiere, bussò alla porta dove stava suo marito ed uscì proprio la donna che stava con lui. Lui da dietro, in carnico stretto, le ha detto «Cosa fai qui, gira i tacchi e torna a casa». Allora Anna fece una cosa molto forte: gli riconsegnò la fede, girò i tacchi e tornò a casa. Ma non ce l’avrebbe fatta a tornare quel giorno stesso, così decise di trascorrere la notte in quella terra che l’aveva tanto ferita. Si fece buio, raccolse del fogliame e si sdraiò, con le lacrime che raccontavano alla neve il suo dolore, mentre la neve cadendo sembrava carezzare quella bambina sperduta.

Una canzone poi parla anche di “Mago tiraca” e della sua gamba amputata…


Parla delle tante amputazioni che subiamo nella vita. Questi colpi che il destino ci dà, portandoci via molte cose per sempre. Allora mi sono ricordato di questa poesia di Leonardo Zanier che racconta la storia di Bortolo Del Negro, che viveva in Austria e faceva il  boscaiolo e che perdette una gamba tra due tronchi. Ora vive in Carnia e fa l’oste e ogni tanto, battendo questa sua gamba tagliata, nella quale i nervi le procurano ancora dolore, grida «si proiot ploia», «si prevede pioggia». Ma nella canzone l’io narrante guarda invece verso quel cerchio nudo di freddo sull’anulare, per una fede che non c’è più. Nel brano faccio confinare le due amputazioni, quella esistenziale, che è quella del matrimonio che non c’è più ma anche quella dei rapporti che non ci sono più, e quella fisica, della gamba di Bortolo Del Negro, che si collega al dolore della separazione.

Per concludere vorrei che ci dicessi due parole sulla tua religiosità, che si esprime anche attraverso le canzoni del “Vangelo di Marco”.


Il progetto mi stava molto a cuore, volevo per così dire esprimere la mia parte religiosa, sempre molto forte e presente. In Friuli c’è una leggenda che sostiene che nella chiesa aquileiense sia stato scritto il Vangelo di San Marco. E’ una leggenda molto forte, che ci testimonia però ciò che pare essere un dato reale, cioè che San Marco ci sia stato realmente ad Aquileia, come comprovato da alcuni documenti. C’è quindi questa paternità spirituale molto intensa che lui esercita. Per questo mi è sembrato lecito e doveroso rapportarsi con la sua scrittura, che riporta la parola di Gesù. Ho fatto un lavoro molto attento e rispettoso. La mia intenzione è di non pubblicare nulla perché quello è Vangelo e non c’è cd che possa rinchiuderlo. Certo è che mi interessava riuscire ad evidenziare questa parola, attraverso la musica e attraverso il canto. Non a caso il progetto completo prevede un coro di bambini, proprio perché i bambini sono importantissimi nella parola di Gesù e la presenza di un coro al femminile. Abbiamo quindi creato diverse fasi nelle quali dopo la lettura interviene il canto a sottolineare la parola. La parola, dalla forma di prosa, si trasforma così in un distillato, che riesce ad esaltarne la parte spirituale, grazia alla presenza della musica. “Il Vangelo” lo rappresentiamo sempre in un ambiente sacro, perché mi sono accorto che solo in quel contesto riesce ad arrivare con tutta la sua forza, grazie al veicolo musicale. La musica, se utilizzata con equilibrio, riesce a riflettere tutta l’intensità della parola che a volte, per distrazione o per poco tempo, non riusciamo a cogliere come dovremmo.