Ricordo di Fabrizio De Andrè

Di Luigi Maieron - Tratto da “AGI news” (www.agi.it) gennaio 2009

 

Quell'undici gennaio aveva nevicato in Carnia. Appena appresa la notizia della morte di Fabrizio De Andrè sono uscito in mezzo alla neve.

La malinconia mi faceva sussurrare le parole di “Inverno” uno dei brani che avevo sempre cantato nei complessini in cui avevo suonato:  “…ma tu che vai, ma tu rimani…” questa frase continua ancora a girare nella mia testa così come le altre frasi componenti di un modo esemplare di scrittura, ed esempi imprescindibili per chi decide di fare cantautorato.

Oggi siamo costretti ad un sottofondo musicale continuo, non c’è luogo che ci risparmi, dallo studio dentistico agli aeroporti. Musica ripetitiva, il piu’ delle volte utile piu’ a stordire che a muovere idee. Non dobbiamo limitarci a celebrare De Andrè:  piu’ del mito penso sia utile proporlo nel modo cui lui si proponeva. In forma appartata, asciutto nell’esibire la sua figura, il suo lavoro. Lui era come la sua scrittura, spigoloso, scomodo e necessario. Cercava  la sostanza, lavorava su di un testo come lo scultore lavora la pietra o il legno. Toglieva fino a lasciare una figura precisa ed originale, con nuove forme, nuovi significati. Andava sempre oltre, oltre a se stesso e alle apparenze, oltre allo scontato, al già detto.

La sua parola serviva alla vita e non solo alla carta. Per lui l’arte esulava dal divismo. Che grande lezione portiamo con noi. Credo, anzi sono convinto che se De Andrè ci fosse ancora farebbe dischi improntati alla sottrazione. Poche note e parole asciutte, essenziali. Con “Anime salve” ha chiuso in modo alto; una sorta di opera d’addio che ha toccato alte vette e ha raccontato tutto ciò che aveva acquisito, imparato, percepito: esperienze di anni, suoni di una vita. Il tempo che viviamo ha bisogno di semplicità, di realtà, di rapporti piu’ veri. Penso che avrebbe scritto e cantato questo; che avrebbe spiegato che si deve essere contro di un senso della comodità che ci fiacca e ci fa confinare troppo poco con gli altri. Sarebbero state canzoni di disarmante semplicità, quelle canzoni che ci mancano ora. Ci avrebbe fatto capire ancora una volta che la potenza dell’arte sta nella sua utilità.