Storia di Tre uomini di parola ...

IL FOGLIO, di Toni Capuozzo

No, non è che mi sia ritirato nel Friuli della mia infanzia. E’ che lì abbiamo messo in piedi, un po’ per buona volontà e un po’ per gioco, una cosa. Non sapevamo come chiamarla, e abbiamo una logica ritrosia a chiamarla “spettacolo”. E’ stato più facile darle un nome: “Tre uomini di parola”.

Che poi saremmo Mauro Corona, Gigi Maieron e il sottoscritto. Sullo scopo, è stato facile mettersi d’accordo. L’ingresso è gratuito, ma all’uscita sono in vendita biglietti di una lotteria che vanno a finanziare le attività umanitarie dell’Ottavo reggimento alpini in Afghanistan: pozzi per l’acqua, scuole per i bambini, ospedali e tutti quegli aiuti minuti che possono giovarsi delle professionalità, delle esperienze, dei mezzi e dell’umanità degli alpini. Io conosco l’Afghanistan, gli altri due conoscono gli alpini, non c’è stato bisogno di molte parole. E ancora meno ne abbiamo spese per decidere il canovaccio dello “spettacolo”: rigorosamente improvvisato. La preparazione, la scelta delle località e della sala, tutti i dettagli organizzativi li abbiamo lasciati a un giovane maresciallo che ha rivelato la stoffa di un vero impresario, senza esserlo. Noi ci siamo limitati a salire sul palco, la prima sera, nel teatro Ristori di Cividale. Sul palco, tre sedie, un tavolino con tre bicchieri, una bottiglia di vino rosso, e lo spazio per il gruppo di Gigi Maieron. E abbiamo fatto come se ci fossimo ritrovati in osteria, a chiacchierare tra di noi, a sentire musica, e a pensare da soli a voce alta. Eravamo amici da prima, ovvio.  Mauro Corona non ha bisogno di presentazioni. Quello che conta, per me, è che è una persona vera, oltre che un personaggio. Che è schivo, ma non si tira indietro, senza recitare una parte, a dire fuori dai denti parole antiche. Senza nessuna correttezza politica, e senza che il successo lo abbia addomesticato. Il suo ultimo libro, “Neve”, sta sbancando in libreria, ma lui rimane uno fuori dai giri, non iscrivibile a nessuna scuola. E nessuno riesce ad addomesticarlo, o a farne il montanaro da esporre in vetrina, come un Buffalo Bill in Maremma. Per l’editoria è diventato una macchina da soldi, per l’intellighenzia resta un marziano. I suoi libri traboccano di storie, e se lo senti parlare a tu per tu, sembra di leggere un libro, e viceversa: è così. La banda che lo segue, e che ora è di amici anche miei, sembra uscita da un libro: Luciano il sindaco (ci abbracciamo ogni volta e parliamo fitto, ma non so di che lista sia), Goio di Cimolais, una vita in Germania, l’amico che si è ustionato da ubriaco… una galleria di personaggi che sembrano inventati da Melville o da Faulkner, e sono solo il prodotto di una piccola valle ai margini del mondo. E come tutti i veri buoni, sono ispidi e urticanti, capaci di fregarsi un vaso di radicchio trevigiano, esposto come un bonsai al Premio del Radicchio d’oro di Castelfranco, e di portarselo via nella notte. O di obbligare un oste di Cividale a tenere aperto fino alle cinque del mattino. Gigi Maieron è meno conosciuto, tra i non addetti ai lavori. Però è arrivato secondo al Premio Tenco, e le sue canzoni riempiono i miei viaggi in auto. Canta quasi sempre in lingua – guai chiamarlo dialetto, davanti ai friulani – ma la sua non è poesia locale, o folklorica, né localismo orgoglioso e chiuso. Canta storie alte, e fa del particolare della Carnia, la montagna friulana, una lingua universale. Il suo friulano di roccia ha qualcosa del friulano dell’Academiuta di Pasolini (amore è amour, pronunciato come si legge, rotondo come un fiore provenzale) e anche un ignorante di musica come me si trova a battere il piede quando Gigi attacca la ballata del Mago Tiraca, il titolare della bottega di alimentari che aveva perso una gamba da boscaiolo e prevedeva il maltempo stringendosi la protesi di faggio lucida come un manico di badile. E’ difficile non pensare alle riserve indiane quando il gruppo di Gigi ricorda il paesino di Mieli, nella nostalgia dell’emigrante che ha voglia di piangere, nel ricordare che la sua prima ragazza era di Mieli. Gigi è un bel tipo, discendente di una piccola dinastia di fisarmonicisti di paese, figlio di una ragazza madre (il nonno, che aveva solo femmine attorno, quando nacque Gigi sfidò le dicerie, portandolo in braccio nell’osteria del paese, a mostrare il maschio) e le canzoni dedicate alle donne della famiglia mettono i brividi. Ma anche il suo gruppo è strano. Per dire, la violinista è giapponese. E l’accompagnatore è un armeno allevatore di cani da slitta. Insomma, tre uomini di parola. La prima sera, nonostante giocassimo in casa, giocavamo tra gente che ama più i fatti che le parole. Ma è andata bene, ci siamo divertiti noi e loro, e dal pubblico è salita sul palco una ragazza che ha passato molto tempo nello zoo di Kabul, e il cui nome è stato imposto a un’orsa ammalata, e poi morta, come del resto il famoso leone. Alla fine, uno mi ha regalato un libro che era appartenuto al mio vecchio padre, e ho capito che era davvero una serata un po’ magica. Adesso abbiamo un bel po’ di richieste, ma abbiamo deciso di restare in zona, tanto lo “spettacolo”, essendo  improvvisato. Non sarà mai uguale a se stesso. La prossima volta, il 5 dicembre, a Cervignano del Friuli. E poi, ma il programma è come noi, indocile, a Tarvisio, a Cimolais, a Cittadella, ad Arzignano, a Montebelluna. Friuli e Veneto, insomma. Se vi capita fate un salto. Se risulta deludente, nessun rimborso, l’ingresso è gratis. L’ultima replica magari a febbraio, quando gli alpini tornano da Herat, una sera per dirgli grazie, quel che potevamo fare noi l’abbiamo fatto.