La primavere del rinato fanciullo Luigi Maieron

IL GAZZETTINO, 9 ottobre 2007, di Angela Felice

In un affollato Palamostre di Udine la presentazione del nuovo disco del cantautore carnico apre la stagione di Euritmica per ScenAperta. Accompagnato da musicisti – amici, tra cui il violinista Michele Gazich e il percussionista Ellade Bandini

 

Un delicato gioco a specchio tra parola e musica percorre i dieci brani di "Une primavere", ultimo album di Luigi Maieron, in anteprima-concerto che al Palamostre, gremitissimo, apre la stagione di Euritmica per ScenAperta. Non occorre dire chi sia questo chansonnier di Cercivento, ormai noto anche oltre casa nostra, artista-poeta che sa esplorare lasensiblerieprofonda celata dietro il pudore dell'umanità carnica (e friulana), la scioglie in voce pastosa da intermittenze del cuore, la fonde in suoni di impalpabile onda emotiva. Un percorso coerente, il suo, che corregge (o completa) la carta d'identità di un popolo convenzionalmente "salt, onest, lavoradôr" e piuttosto ne libera la vita segreta di affetti teneri, quasi femminili. Ma in questo nuovo lavoro, c'è anche molto di più, e non solo per l'uso dell'italiano in tre brani, accomunati dal leit-motiv dell'assenza e del disincanto. C'è innanzitutto la maturità del discorso musicale che qui, con una band di straordinari musicisti-amici (Giorgio Cordini, Franco Giordani, Paolo Manfrin e due autentici miti, Michele Gazich, violinista-piccolo diavolo, e Ellade Bandini, mago di percussioni), ripulisce la melodia da ogni possibile melassa e la screzia di tanti strati culturali, venature country, leggerezze da valzer, colori mediterranei. E poi c'è la curva chiara del viaggio a cui Maieron ci guida con i testi, tutti suoi tranne il gioiello "Mieli", canto da culto della Carnia di fine '800. Si passa attraverso una via crucis umana da paradiso perduto, costellato da tappe di fine e di perdita ("A passo di donna", "Mago Tiraca" o "Il vento di casa") e piegato dallo struggimento della nostalgia, ma poi lungo la via si trova l'amore, incarnato in figure di dolcezza salvifica: la madre ("Une mari") o le tante beatrici - zie, mogli, amanti, figlie - compagne dell'uomo. E allora, usciti dall'inverno del cuore, si può riconquistare una nuova primavera dello spirito. Ed è, tra commozione e saggezza esistenziale, un pellegrinaggio quasi dantesco. Scriveva Umberto Saba che la rima fiore-amore è "la più antica, difficile del mondo". Vero, ché in quel caso, e simili, la retorica è sempre in agguato. Ma non in Maieron, cantore di sentimenti e pensieri puri, patiti e riscattati con sincerità di poeta, musicista e uomo, rimasto o rinato fanciullo.