Maieron, il suono delle radici carniche

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di NICOLA COSSAR
Messaggero Veneto - 30 luglio 2004
«Vieni con noi?». «Vestu cun nou?» nel friulano di Carnia. È un invito all’incontro con la poesia delle radici, con il suono della memoria e con il calore sincero della musica che tutto lega, generazione dopo generazione. Lo firma Gigi Maieron, poeta in musica di questa nostra montagna così speciale e così spesso dimenticata. Il tour, ormai collaudato, parte stasera da Sauris di Sopra e proseguirà con questo calendario: 6 agosto Ampezzo, 11 Piano d’Arta, 13 Lauco, 14 Cercivento, 17 Ravascletto, 18 Forni Avoltri, 20 Forni di Sopra, 21 rifugio Tita Piaz e 29 agosto Illegio, con una serata conclusiva specialissima, tutta dedicata ai giovani gruppi della Carnia, dove Gigi sarà solamente il presentatore.
«È importante che ci interessiamo del movimento musicale che esiste in Carnia – commenta Maieron –. Sto ascoltando i vari gruppi e devo dirti che la qualità della musica giovane qui, come in Friuli, è molto buona. In tanti gruppi c’è del talento spesso nascosto: allora cerchiamo di sostenerli nel modo più utile per loro, regalando a tutti l’occasione di una ribalta e di un pubblico veri». – Gigi, come sarà il Vestu cun nou di quest’anno? «Porto in giro un programma musicale che dà ampio spazio alla parola, ai contenuti. Lo slogan di quest’anno sarà Guardare un tratto di vita e raccontarla così com’è stata. Significa mostrare ad altri cosa hanno vissuto i tuoi capelli bianchi e quello che si nasconde sotto le tue rughe. Musica e parole di un vissuto». – Un approfondimento umano ancora prima che artistico... «Sì. Musica e poesia fusi assieme per raccontare e analizzare, per capire e capirci un poco di più. L’uomo sarà sempre al centro del nostro viaggio. Le parole lo racconteranno, la musica spiegherà il suo mondo dei sentimenti: musica e parole di un vissuto, appunto. Ma vogliamo anche divertire e divertirci, perché credo che la leggerezza si sposi molto bene con la profondità. Almeno questo è il nostro scopo». – Chi ti accompagnerà in questo viaggio lungo le valli della tua Carnia? «Con me ci sarà innanzi tutto Johnny Dario, l’uomo di bosco. Mi ha molto incuriosito la sua scelta di lavorare nel bosco: mi ha spiegato che è dal bosco che lui ricava la giusta energia. Togliere Johnny dal bosco significherebbe privarlo del suo habitat naturale. È un personaggio d’altri tempi, straordinario: mi sembra di avere un albero sul palco. Johnny canta e suona fisarmonica, bodhran, whistles e arpa celtica. E poi c’è Daniele Masarotti, un giovane e promettente violinista. Diplomato al conservatorio, è costretto a suonare da musicante perché il progetto si muove in quella direzione. Annalisa ha 23 anni ed è un cantante che sta crescendo molto bene. Poi ritorna Claudia Grimaz, che lavora con me da anni: è molto molto brava e quando canta emoziona il pubblico e anche noi sul palco. Poi si alterneranno altri musicisti che abbiamo già incontrato: Maurizio Magrelli, Franco Giordani e Maurizio De Marchi». – Sorprese? «Quest’anno è nostra intenzione raccontare il musicante e il cantore popolare. Ad ogni serata quindi ci sarà qualche sorpresa. Cecilia, mitica musicante di Carnia, nonché mamma del sottoscritto, ci seguirà spesso. E poi vorremmo raccontare anche il canto popolare e portare alcuni esempi: ci piace l’idea di far confinare la fisarmonica di Pakai con la chitarra rock dei gruppi giovani, la serata finale, infatti, intitolata Suoni sotterranei, sarà tutta per loro». – Gigi, ti abbiamo visto recentemente – a Folkest con La Sedon salvadie – proporre il tuo bellissimo ed emozionante spettacolo La neve di Anna e altre storie. Il tuo libro ci pare abbia sostanzialmente la stessa ambientazione emotiva di opere come Essere di paese di Gina Marpillero e Il volo della martora di Mauro Corona. È solo una nostra impressione? «Per certi versi hai ragione, anche se le vicende sono del tutto diverse. Corona una sera mi ha detto una cosa molto curiosa ed interessante: secondo lui, La neve di Anna è uno di qui libri in cui è scritto anche negli spazi bianchi, tra una riga e l’altra. Nella Neve di Anna si parla di una mentalità che ci apparteneva fino a ieri: la mentalità dove non era importante ciò che si riusciva ad avere, ma era importante ciò che si diventava. Oggi siamo tutti un poco più ricchi, ma per altri aspetti siamo più deboli: ogni progresso si porta via qualcosa in umanità. Ma venite a Sauris ad ascoltare le nostre storie di musicanti, di musica popolare e di complessi rock, giovani di ogni età. Fedeli alle nostre radici».
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