Venerdì, 24 Marzo 2017 16:52

Mauro Corona, “E pensare che basterebbe quasi niente per essere felici” (Libreriamo 24.03.2017)

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È tornato Mauro Corona, ed è tornato con un libro scritto a quattro mani con l’amico Luigi Maieron, cantautore e poeta friulano. Non è un romanzo, questo libro, ma racconta storie: storie vissute, sentite e lette, storie antiche e recenti, di Mauro, di Luigi, di un mondo a tratti uguale e a tratti diverso da quello di oggi, un mondo che, in ogni caso, ha ancora molto da insegnarci. In “Quasi niente” (Chiarelettere), come ci ha detto durante l’intervista, i due autori si sono “tirati giù i pantaloni”, raccontando le paure, le vette e le cadute di due uomini che una sera si sono seduti a tavola con un bottiglione di vino e hanno cominciato a parlare.


Com’è nata l’amicizia con Luigi Maieron?
È nata molti anni fa. Gigi è un grande autore di testi e di musiche, è una persona molto sensibile, molto buona, un talento eccezionale, quasi sconosciuto in Italia ma molto amato in Friuli. Aveva letto i miei libri e mi propose di fare una chiacchiera in teatro, lui con la chitarra e io con le mie parole. Nacque così questo sodalizio, al quale si aggiunse poi Toni Capuozzo. Abbiamo inventato “Tre uomini di parola“: andavamo nei teatri, nei paesi, con un tavolo, una bottiglia di vino e un pezzo di formaggio. Capuozzo faceva domande sull’attualità, sulla vita, io rispondevo e ogni tanto Gigi metteva una canzone col suo gruppo. Al di là di questo, ho capito subito che Maieron era un uomo di cui potevo fidarmi, del quale non dovevo avere paura, senza invidia, senza fini, un uomo bello.

Come siete arrivata a “Quasi niente”?
Quest’autunno ho parlato di Maieron a un ragazzo di Chiarelettere, Maurizio Donati, e fu talmente interessato alla sua figura che andò a trovarlo. Maurizio rimase molto colpito da Luigi, come rimane colpito chi si trova davanti una persona vera, non falsa o doppiogiochista. Allora ci propose di fare una chiacchiera e di metterla in un libro. Io dissi che mi andava bene. Guardi che non l’avrei fatta con nessun altro una cosa del genere. Ma con lui sì. Così piazzammo un bottiglione di vino sul tavolo e cominciammo a parlare. Maurizio si era preparato delle stimolazioni, più che delle domande erano stimoli.
Che tipo di stimoli erano quelli di Maurizio?
Ha cercato di farci parlare non tanto dei successi ma delle nostre paure, delle nostre ansie, dei nostri problemi. Come si usa dire, ci siamo “tirati giù i pantaloni”. Ed è venuto fuori un libro che, stando a quello che mi hanno detto, è molto vero, umano e attuale, perché si trattano temi di ogni tipo, dal razzismo all’amore, la morte, la paura, la malattia, l’ansia, il coraggio, la fede. Però non è un libro nostalgico.

Non le piace la nostalgia?
La nostalgia è una delle cose che temo di più. Non mi piace chi dice che una volta si stava bene. Dobbiamo stare attenti alla nostalgia. Una volta si stava male e c’era gente cattiva, malvagia e feroce come c’è oggi. Ma c’erano anche persone buone. C’erano persone che nel libro ho chiamato “filosofastri”, citando Macedonio Fernández, personaggi emarginati e marginali che però avevano dei valori. Sono persone che ci hanno indicato una via, ma senza clamore, senza puntare il dito. Io e Gigi abbiamo riflettuto su queste persone oramai scomparse, che ci hanno insegnato a vivere meglio, ad accontentarci, a non lamentarci. Nel libro cerchiamo di far rivivere questi personaggi senza nostalgia ma con affettuosissimo ricordo.
A un certo punto del libro parlate proprio di valori, che sono importanti, anche se oggi chi ne parla rischia sempre di passare per moralista.
Quando tocchi temi veri e giusti, che possono far male o che possono mettere in evidenza la falsità della politica, allora ti mettono un’etichetta, come quella di moralista o populista. Ma ben vengano questi aggettivi, che nascono dalla paura di far vedere com’è veramente l’uomo. Diceva Čechov: “Un uomo lo puoi migliorare se gli fai vedere com’è veramente”. Oggi invece hanno emarginato le parole di Čechov e quando parli con onestà ti danno del populista o del moralista.
In questo libro rivela anche quali sono state le conquiste e le scoperte di una vita. Una di queste sta nell’aver capito cosa serve per vivere: “quasi niente”, come anticipa il titolo.
Io ho cercato di sopravvivermi, di uscire dall’inferno, di non farmi troppo male. Quelle che oggi possono sembrare conquiste non sono state altro che medicine per tenermi in vita. Le conquiste non esistono. Io non mi ero posto nessun obiettivo, se non quello di restare in vita e per restare in vita ho praticato la lettura, la scrittura, le camminate, le scalate. Tutte queste medicine mi hanno tenuto vivo. Solo con il cibo sarei morto. Se poi queste cose hanno dato dei frutti che gli altri chiamano conquiste sono liberissimi di farlo, ma io non mi sento un conquistatore.

Qual è la vera felicità secondo Mauro Corona?
Non mi ricordo più quale filosofo diceva che la felicità consiste nel non avere desideri. Io penso che la vera felicità consista nell’accontentarsi di quello che si ha, perché si potrebbe avere peggio, solo che lo dimentichiamo, perché siamo talmente abituati a volere cose che alle volte non riusciamo più a pensare ad altro. La società ci ha resi eroinomani di oggetti, soffriamo perché non abbiamo l’ultimo modello dell’iPhone senza accorgerci che abbiamo la salute, le gambe che camminano, gli occhi per vedere, che abbiamo forse un amore, se è finito ne fiorirà un altro. Siamo degli eterni insoddisfatti perché ci hanno drogato. La felicità non sta nelle cose, negli oggetti, sta nell’accontentarsi di stare al mondo.

Un esempio?
Quando il mio maestro – il maestro di caccia, di vita, di bevute, di donne, di filosofia – si spaccò una gamba rincorrendo un camoscio e io gli dissi: “Che peccato! Ora non si può andare a caccia assieme”, lui mi rispose: “Taci, che potevo rompermele tutte e due”. Senti bene quello che ti dico, non era disperato perché si era rotto una gamba, era felice perché non se n’era rotte due. Capisci dove sta la grandezza?

Ma come si può arrivare a questa grandezza?
Ci arrivi quando prendi la batosta, ci arrivi quando ti prendi la badilata e dici: “Come stavo meglio ieri!”. Io faccio sempre un esempio banale. Ci lamentiamo sempre, anche se stiamo bene e dovremmo ringraziare Dio ogni mattina, ma capiamo quanto stiamo bene solo quando ci becchiamo un’influenza. Sono piccoli esempi. Io cerco sempre di non prendermi sul serio e godermi la vita. La vita mi ha bastonato parecchio, ma bisogna saper accettare anche le bastonate.
Eppure ce ne dimentichiamo di continuo.
Sa, io frequento un paio di volte all’anno il CRO (Centro di riferimento oncologico, ndr) di Aviano. Sono amico del primario Umberto Tirelli e due volte all’anno, soprattutto verso Natale, vado a parlare ai terminali. Lì ho incontrato giovani dai 14 ai 30 anni che aspettano di guarire e invece vanno a morire. Ecco che allora capisci il valore della salute e la fortuna che hai a poterti sedere in un bar a bere con calma un bicchiere di vino.
Le persone non sono avversari ma compagni, dice a un certo punto, compagni che possono trasformarci.
La società intera, i partiti, le ideologie, i credi, hanno reso tutti noi avversari. Nel libro faccio l’esempio delle tegole del tetto che si passano l’acqua: ce n’è per tutti se passiamo l’acqua a quello sotto, e quello sotto all’altro, finché non finisce nella grondaia, torna poi nel cielo e tramite la pioggia torna di nuovo sul tetto. Invece abbiamo ormai uno stile di vita che è personale, ognuno bada soltanto a sé, non volta la testa in modo da non vedere se la persona accanto ha bisogno, se ha paura. Siamo sette miliardi di persone sole. Non sappiamo cos’è la carità, la misericordia, il perdono. E questo non tanto per renderci protagonisti di un’opera pia ma perché staremmo meglio tutti. Ecco che allora non esisterebbero più neanche le guerre. Ma l’uomo è una carogna, con molte belle eccezioni. Parafrasando un testo di Francesco De Gregori che dice “La storia siamo noi”, io dico che “la guerra siamo noi”. Uno per uno. Si ferma uno al semaforo e ti bombardano di clacsonate, se dici qualcosa nasce la baruffa. Il gatto del vicino viene ucciso col veleno perché attraversa il cortile dell’altro. Insomma, la guerra siamo noi, con molte buone eccezioni.

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